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foto di acquario

Di Gilberto Germani - Presidente ENPA Saronno - 

Potremmo definire gli acquari come giardini zoologici in cui vengono rinchiusi pesci e mammiferi marini, costretti a vivere in cattività in vasche e piscine piccolissime se proporzionate alla vastità del mare. Animali catturati in natura sia volutamente che accidentalmente durante battute di pesca, o allevati per continuare ad esporli negli acquari, dove una vita di reclusione li porterà ad essere soggetti ad anomalie comportamentali e malattie fisiche.

Così come gli zoo, anche queste strutture dovrebbero perseguire obiettivi educativi e scientifici, motivazioni queste che oltre a essere eticamente non condivisibili in quanto condannano comunque gli animali a privazioni e sofferenze, fungono da paravento per mascherare ben più futili interessi commerciali.

La maggior parte degli animali esposti difatti appartiene a specie comuni ma considerate spettacolari e che garantiscono un ritorno economico ai proprietari dell’acquario. Gli squali incarnano perfettamente questo esempio: da sempre incuriosiscono ed affascinano i visitatori e la loro presenza assicura un aumento dell’afflusso del pubblico.
La nascita degli acquari risale ai primi anni del Novecento, quando vennero costruiti i cosiddetti ‘acquari storici’ che pompavano l’acqua direttamente dal mare: il fatto che non si conoscessero ancora le tecniche per costruire apposite vasche che contenessero una mole consistente di acqua ne limitava enormemente il numero. Gli acquari storici erano presenti solo in alcune città portuali o, come nel caso dell’acquario storico di Milano, in zone che si specializzarono in acquari d’acqua dolce. I progressi della tecnologia superarono questo inconveniente negli anni Settanta e da allora sono sorte in Italia moltissime strutture dislocate un po’ ovunque, dalle più piccole imprese commerciali alle grandi multinazionali dell’intrattenimento acquatico.
Da più di cento anni, i mammiferi marini (delfini, orche, otarie, foche…) vengono catturati brutalmente, strappati al loro gruppo sociale, imprigionati in anguste vasche. Sono esibiti in tutto il mondo per divertimento, per “ricerca” e più recentemente per fantomatici terapeutici contatti.

Il 53% degli esemplari catturati muore in cattività entro i primi tre mesi: in libertà un tursiope vive fino a quarant’anni e un’orca oltre gli ottanta anni.

Attualmente, nel mondo vivono circa 1000 cetacei in cattività (dati forniti da Ric O’Barry, esperto di mammiferi marini). A questo numero va aggiunto quello dei cetacei e delle otarie addestrati e utilizzati dalle forze militari, principalmente americane e russe, di cui non se ne conosce però l’entità. Questi animali vengono usati per diverse utilità, anche per portare mine, o per studiarne l’incredibile idro-dinamicità, per applicare gli effetti sulle imbarcazioni militari.

Non tutti sanno che il 65% dei delfini nei parchi o dei delfinari provengono dalle catture in mare. Numerosi animali provengono dal commercio illegale, si stima che oltre mille provengano da Taiji.
acquarioIl massacro e la cattura di migliaia di delfini e piccoli cetacei si compie ogni anno nella baia della morte, a Taiji, una cittadina nel Sud del Giappone e dura sei mesi. È la mattanza sistematica denunciata dal documentario The Cove, il thriller documentario di Louie Psihoyos che ha vinto l’Oscar nel 2010. I delfini vengono spinti nell’insenatura dal frastuono prodotto da centinaia di barche e lì rimangono intrappolati: il mare si tinge di rosso mentre i mammiferi del mare vengono sterminati.
Durante la vita, un delfino, per esempio, nuoterebbe migliaia di chilometri al giorno entrando in contatto con molti suoi simili (sono animali che vivono in gruppi formati da dozzine di individui), e con altri animali marini. Quando vengono rinchiusi in un acquario questi sono costretti a nuotare in circolo, all’interno della stessa vasca, per tutta la vita, privati della varietà di stimoli di cui godrebbero in libertà. Alcuni, poi, sono catturati per essere costretti ad eseguire giochi all’interno di esibizioni che ne prevedono, una volta portati all’acquario.

L’ambiente sempre uguale, la limitazione degli atteggiamenti naturali e l’alterata struttura sociale, causano ai delfini stress enormi. Questi, in libertà, utilizzano gli ultrasuoni per orientarsi negli oceani. L’alienazione sensoriale è una delle conseguenza più dannose della vasca. Jacques Cousteau ha sottolineato che la vita in cattività, per questi mammiferi, porta alla confusione sensoriale, nonché all’alterazione delle naturali abitudini. Non bisogna lasciarsi ingannare da quell’apparente sorriso, è solo fissità che sottolinea l’afflizione.
Ma i delfini non sono gli unici a patire per la libertà negata. Pur essendo apparentemente molto diversi dai mammiferi, anche i pesci, poiché esseri senzienti, soffrono la costrizione. È stato recentemente mostrato che i pesci, in tali condizioni, presentano atteggiamenti nevrotici simili a quelli degli animali negli zoo.

Molti pesci posseggono una memoria spaziale che li rende in grado di creare una mappa cognitiva come guida negli oceani, utilizzando, inoltre, riferimenti olfattivi, sonori e visivi. È facilmente immaginabile, dunque, la frustrazione profonda che deriva dalla privazione di libertà, e di spazi aperti come oceani, mari o fiumi. Inoltre, i pesci hanno sviluppato sensi totalmente diversi dalle specie a noi più vicine; ciò che può sembrarci indifferente, come un rubinetto che riempie una vasca, per questi animali è fonte di stress e grave fastidio.

Altri problemi, oltre a quelli legati alla mancanza di spazio, sono poi associati agli acquari: è praticamente impossibile controllare la temperatura dell’acqua in maniera da adattarla alle diverse specie costrette a vivere in vasca -centinaia di animali muoiono per questo. Inoltre, le sostanze chimiche utilizzate come disinfettanti possono provocare lesioni alla pelle e agli occhi. Insomma, altro dolore.
acquarioIl futuro degli acquari Nell’acquario di Monterey in California gli esemplari presenti sono realizzati in resina artificiale. Queste installazioni, riproduzioni fedeli degli animali rappresentati, sono completate da schede informative sull’etologia delle specie e cannocchiali esterni da cui è possibile osservare i cetacei presenti nel vicino oceano. L’acquario di Monterey, visitato da migliaia di persone, costituisce un’alternativa concreta all’esposizione in cattività degli animali e un primo esempio di come sia possibile superare quel retaggio culturale che ha reso possibile la creazione di strutture che espongono animali vivi noncuranti delle conseguenze etiche di questo gesto.

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