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IN PUNTA DI CODA

zooProsegue la pubblicazione su ECOGRAFFI.IT


L’origine dello zoo è antica. Re e uomini facoltosi li ostentavano come simboli di prestigio e di potenza. Esibire animali feroci o esotici in gabbia, e quindi sottomessi, rappresentava, fin dai tempi degli Egizi, una manifestazione di supremazia sulla natura e un segno di ricchezza. Come altre forme di violenza, nei corso dei secoli, la cattività ha vissuto un incremento notevole, a causa dello sviluppo delle nuove tecniche di cattura e di trasporto. Poco, invece, è cambiato nella sostanza e negli intenti. Gli zoo solo luoghi in cui gli animali sono detenuti ed esibiti a scopi commerciali: oggi come allora.


Nel secolo scorso, Carl Hagenbeck, un architetto tedesco, ideò lo “zoo senza sbarre”, ovvero fossati che dividono gli animali dai visitatori. La concezione però rimane la stessa: i visitatori hanno l’illusione della libertà degli animali, che in realtà sono costretti a vivere in un determinato spazio in un luogo con clima e temperature spesso nettamente in contrasto con il loro habitat naturale.

Nel mondo oltre un milione di animali (250.00 mammiferi, 350.00 uccelli, 75.000 rettili, 25.000 anfibi, e 300.000 pesci) è rinchiuso a vita nelle gabbie di diecimila zoo, di cui quasi cento si trovano solo in Italia (60 zoo, 19 zoo safari, 2 terrari, 4 delfinari e 9 acquari).

Le condizioni di prigionia portano questi animali a un’alienazione mentale e fisica, visibile anche nei movimenti e nel comportamento se s’impara a osservarli con attenzione. Riuscendo ad abbandonare l’abitudine di ammirarli come esemplari che non riuscirebbero ad incontrare se non in uno zoo, si capirebbe che è immorale la loro reclusione solo per permettere all’uomo di guardarli comodamente e ci si renderebbe conto dell’enorme sofferenza per una triste vita fra le sbarre.Numerosi sono i casi citabili a dimostrazione dello stress in cui incorrono gli animali negli zoo. Felini che ripetono esasperatamente lo stesso percorso da un lato all’altro della gabbia, volpi con muscoli atrofizzati e disturbi psichici, antilopi che, fiutando gli animali vicini, si gettano ripetutamente contro le sbarre fino ad uccidersi, aquile che eseguono volo da un estremo all’altro della voliera, animali che si strappano a morsi gli intestini, che danno testate contro il muro, che si artigliano le code, che si rompono le corna nel vano tentativo di liberarsi ed altro ancora.

Riesce impossibile, a questo punto, continuare a ritenere che lo zoo sia educativo. Difficile è anche credere sia un efficace metodo per tutelare la specie in via d’estinzione, poiché delle circa 6.000 specie a rischio, solo 130 sono oggetto di programmi di conservazione in cui sono stati coinvolti zoo e di queste solo 16 sono tornate in natura.In Italia non vi sono riferimenti normativi specifici che riguardano gli zoo. Le uniche disposizioni sono quelle della Comunità Europea, emanate il 29 marzo 1999. Per l’Unione Europea i giardini zoologici devono svolgere una funzione scientifica (istruzione, ricerca, salvaguardia della biodiversità). In Italia invece una buona parte degli zoo è considerata “attrazione da parco di divertimento” e rientra nella normativa relativa agli spettacoli viaggianti, anche se si tratta di strutture fisse. L’uso di delfini è disciplinato, in maniera parziale, dal Decreto Ministeriale Ambiente 6 dicembre 2001, n.469 per il mantenimento in cattività di delfini della specie Tursiops Truncatus, tra i più usati nei delfinari.

La direttiva 1999/22 non prevede la chiusura degli zoo, ma ne disciplina in maniera non precisa l’attività in base a presupposti di ricerca scientifica.

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